19 settembre 2012

Sucker Punch: Sogno o son desto? No, purtroppo lo hai visto! [Recensione]

Questà sarà la prima recensione che pubblico, perchè è colpa di sto film che adesso ho aperto il Blog! Quindi per qualunque lamentela rivolgetevi a Zack Snyder. Avevo tante speranze e questo film è riuscito a buttarle tutte le cesso e a farmi incazzare. Ho pensato... Devo schiattarmi tutto dentro e buttare nel profondo quello che penso, o devo fare in modo che altri malcapitati non facciano la mia stessa fine e lo guardino inconsapevoli?


Snyder ha dichiarato che questo è il film di una vita (8 anni per realizzarlo). Lo voleva proprio fare, l’ha scritto, riscritto, ha tramato nell’ombra aspettando pazientemente, e nel frattempo si costruiva questa opportunità facendo il botto con zombi e spartani. Alla fine, l’ha spuntata: una vita per fare sto film e cosa ha partorito? Di che colore appendiamo il fiocchetto? Rosa o blu? Io direi un bel marrone che richiama bene quello che è.
Uno spreco di soldi, tempo, visività, ma non tanto di quei poveri cerebrolesi di produttori hollywoodiani, ma di noi poveri ingenui spettatori che in un modo o in un altro una spesa l’abbiamo fatta e l’abbiamo buttata.
Una storia banale, perché anche se fa figo, il sogno di un sogno che è una sogno mentre sogni, ha pur sempre abbondantemente rotto, specialmente se se è supportata (se ci vogliamo sbilanciare con questo parolone) da una pessima sceneggiatura, senza capo ne coda, che non chiarisce, ma confonde, che non ti tiene col fiato sospeso, ma ti fa sbuffare, e ti ritrovi a dare testate sul muro dietro di te, capendo che non è solo il film a farti venire mal di testa.
Ma andiamo con ordine: La trama ruota attorno a sta ragazza che si ritrova un patrigno un bel po’ str***o, che dopo aver assassinato la madre la vuole schiaffare in manicomio perché lei lo ha minacciato con una pistola per proteggere la sorellina (che tra parentesi, chi la vede più nel film); lei vuole scappare dal gabbio, ma prima – giustamente - la vogliono lobotomizzare e… poi non si capisce più un mazza: quando sta per essere fritta comincia una seconda realtà - che trasforma il manicomio in un bordello e le pazienti in prostitute -  che termina, verso il finale, con lei che viene effettivamente lobotomizzata. Perché? Ti domandi alla fine del film sperando che il tuo cervello giunga in soccorso, ma quello sta già dormendo dopo il logo della Warner: risposta, per farti capire che la seconda realtà è una fantasia! Sbagliato! Prossimo concorrente. Tutto ciò che succede in questa realtà ha effettivamente luogo, perché alla fine una del gruppo riesce a scappare, e allora, perché ci fanno vedere all’inizio la scena della “frittura”? Non è che per lobotomizzare ci vuole una settimana, tà tà, due martellate e via nel mondo della bava che cola dalla bocca. Che poi bastava un po’ di lexotan nel brodino, e via nel mondo dei sogni, ma forse un'altra dimensione onirica era troppo. Se non le martellano il cranio - perché la vediamo poi andare a zonzo nel manicomio -  come si è salvata? Boh? Chiedetelo al caro vecchio Zach, ma penso neanche lui abbia la risposta. Comunque, in manicomio la nostra protagonista incontra altre giovani ragazze, che per assecondare la matta, la seguono nei suoi deliri di chiavi e altri oggetti pseudo totemici, sperando di scapparsene da sta clinica-bordello. E qui viene il bello, anzi il ballo! Sorvoliamo giusto per dovere sulle scelte pessime di tempi e ritmi, con i rallenty che ormai non fanno più provare le emozioni a là Matrix e scene (anche quelle brevi) che sembrano non finire mai, persino le scene d’azione che dici «vabbè almeno quelle saranno belle, tipo 300», sono lunghe, noiose e non vedi l’ora che finiscono. Ma la ciliegina su questa torta sapor broccolo bollito è dunque il ballo.


Si si, proprio un Balletto! Cioè, Danza!
Il ballo, quello che si fa a ritmo di musica e sculetti! Sensuale, pieno di carica erotica, passionale, viscerale, tutti aggettivi che non vanno usati. La protagonista fa questa danza del ventre molle per distrarre gli aguzzini-clienti (dipende dalla realtà che il caro regista ci vuole propinare!), che come nei più resistenti cliché dei film proto-carcerari sono una massa di arrapatoni frustrati che stanno li a sbavare. Poi capirai, fosse un figone l’attrice, non direi nulla, ma è una mazza di scopa con le labbra tumefatte, e vabbè. Mentre la nostra balla entra in una terza realtà (due erano poche): una specie di trans onirico, un delirio epico che passa da castelli e dragoni a nazisti imbottiti di gas fatti secchi con spade da samurai; tutto questo è una bella metafora di quello che succede nella realtà (nella seconda, ci sembra di capire). Che poi, manco si capisce: nella realtà lei si procura quello che deve, frega qui e frega là, in queste allucinazione invece lo fanno le altre. Boh?! Perché, ordunque, queste trans? Nessuna risposta dalla sceneggiatura. Ti viene da pensare che quella è schizzata forte e forse forse non hanno fatto poi così male a rinchiuderla in manicomio: deliri di onnipotenza di una megalomane, questa la diagnosi, dottore. Quindi a noi che ci frega di sta matta? Nulla, ma ormai stiamo vedendo sto coso, e continuiamo. Piano piano vengono fatte secche tutte tranne una e la nostra Alice nel paese delle meraviglie con il mitraglione che viene finalmente, e con somma gioia dello spettatore che non si è ancora addormentato, lobotomizzata (prima o seconda realtà? Boh!?!). L’ultima che se la cava se la fila alla chetichella su un autobus. L’autista di sto bus, poi, è lo stesso che la matta protagonista vedeva nei suoi deliri. Quindi, per chiarire un poco la trama, Zach, fa sorgere un altro dubbio: e questo mo che ci fa qui? Era nella terza realtà, come ha fatto a finire nella prima, senza passare dalla seconda? Ha fatto il furbo! E un altro “Boh?!” ci sta tutto.
Dopo i complimenti, passiamo al cast. le attrice: espressive come una mattonella del gabinetto, sembrano tutte fuori posto.
La protagonista, povera lei, è davvero poco credibile con quelle cosce storte come una di quelle squadrette azzurre di educazione tecnica mentre zompa e scassa tutto, e quella asiatica ricopre un ruolo di tale spessore che quando schiatta dici «chi è morto? E chi è?». L’unico personaggio che se ne scappa ha sempre un’espressione imbronciata anche quando è felice, quella che fa la sorella, tenta, ma ahimè il fisico non permette, di fare la guerriera sexona dal cuore tenero e finisce per sembrare solo una lesbica che gioca a fare il maschio in un pornazzo anni ‘80. La reginetta di High School Musical è praticamente inesistente e ogni volta che compare ha quegli occhi stretti un una morsa tra sopracciglia e gote, che ti viene voglia di usare una pinza per liberarla da questa sofferenza. Il cattivo è stato preso direttamente da una soap opera venezuelana che trasmettono sulle reti private per accompagnare i vecchietti insonni e sembra sempre un cane bastonato facendo più pena che paura; la dottoressa ha sempre uno sguardo sconvolto, sgrana gli occhi dal terrore di essere finita in un film così.
In conclusione, le scene “drammatiche” sono stucchevoli, zuccherose, tendenti al diabetico che stonano con le sparatorie, le spadate e le esplosioni che seguono subito dopo.  Eppure cominciava così bene: l’inizio era accattivante, tutto rallenty (ma ben fatto) con la musica come elemento portante della scena, e poi ti accorgi che è solo una pia illusione. Ti frega, il caro Snyder, con questo prologo e pensi: «dopo quella morsa ai testicoli che è stato Il regno di Ga’Hoole, ecco lo Snyder di 300 e Watchmen che torna ringalluzzito», macchè: dopo dieci minuti di questo interminabile videoclip noioso ti ritrovi già a guardare sconsolato l’orologio sperando che i minuti passino più fretta, ma non solo rallentano, vanno all’incontrario (!) sperando segretamente tra te e te che «vabbè, sarà una seconda realtà onirica, perché io mi ero messo a vedere un film decente…». Beh, alla fine non ci sono altre realtà: è proprio Sucker Punch che stai guardando.

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