8 febbraio 2015

Spiderman – Il Regno: il ritorno dello Spiderman oscuro che colpisce ancora [Recensione]



Il problema dell’essere nerd è che (diffidate di chi ammette il contrario) nerd non si nasce, ma si diventa. Si, può esserci una predisposizione, ma non si nasce nerd! E questo, per ogni nerd che si rispetti, è un bel problema: recupera storie, recupera albi, t’incazzi col te stesso passato per non aver preso quella edizione o quel racconto, speri che arrivi Doc con la sua bella Delorian a dirti «i fumetti, dobbiamo andare nel passato per comprare i fumetti!», ma niente! Sei costretto a barcamenarti tra ebay, fiere del fumetto, mercatini dell’usato per trovare quelle storie che hai scoperto essere capolavori del fumetto e… Niente! Ti freghi perché non le trovi, e allora aspetti la ristampa. Mi è capitato un’inifitalione di volte: Watchmen, Marvels, Il ritorno del cavaliere oscuro, ma anche fumetti più recenti e meno importanti come le prime storie di Deadpoo. Ti freghi e aspetti le ristampe che, oh, non saranno volumi pregiati da collezione ma, almeno, riesci a leggere delle grandi storie.



Ed è il caso di Spiderman - Il Regno. Non è chissà quanto vecchia, anzi, 2007, ma quella copertina con Spidy contuso e ferito che abbraccia la tomba di Mary Jane mi aveva sempre incuriosito. Aspetta, aspetta e aspetta, e finalmente, con sommo ritardo rispetto al mondo nerdiatico, me lo son letto.
Strano, ebbene si, è stato strano: da un lato mi son letto un grande racconto, scritto con amore del personaggio e con fedeltà allo spirito dello stesso, pieno di rimandi al suo universo e dall’altro ho avuto una sensazione fortissima di dejavù, una similitudine mooooooolto evidente con il Il ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller.


Si, lo so, spesso è stato paragonato al megacapolavoroassolutodelmondo di Miller ma, più che paragone, io parlerei di riproposizione paro paro delle tematiche concettuali del Batman milleriano: eroe vecchio e sconfitto, ultraviolenza del futuro distopico, classe politica super corrotta, incidenza mediatica della tv edulcoratrice… Insomma, tutti i temi con cui Miller ha raccontato del vecchio e ancor più incazzoso pipistrellone. E questa è forse la pecca del lavoro di Kaare Andrews che, firmando sceneggiatura e disegno, si appoggia ad uno dei capolavori del fumetto. 


Un’altra “non propriamente pecca” è il disegno: forse eccessivamente caricaturale nel delineare i volti, si presta egregiamente, invece, per quanto riguarda le scene d’azione o drammatiche. La deformazione del tratto aiuta molto la sceneggiatura: Peter vecchietto è, infatti, continuamente obnubilato da allucinazioni drammatiche o angoscianti su Mary Jane, verso la quale nutre una serie infinita di sensi di colpa. Il punto forte del racconto, che fortunatamente si discosta da quello di Miller, è il dramma dell’eroe che non è riuscito a salvare i suoi cari: Spidy è diventato tale perché non ha salvato zio Ben, ed ora lo troviamo, ormai vecchio, ancora nella medesima frustrazione con Mary Jane ormai cadavere e  J. Jonah Jameson (non propriamente un suo “caro”, ma abbiamo capito) devastato dalla senilità in cerca di redimere una vita di contro-UomoRagno. 
A proposito della morte di Mary Jane, c’è da dire che Andrews ha avuto una bella idea, anche se non proprio (per niente) originale: M.J. è morta di cancro per duratura esposizione alle radiazioni e Peter questo non riesce ad accettarlo, non riesce ad accettare che il loro amore è stato la causa della morte della sua amata. Ora, l’idea di appesantire l’animo tormentato del vecchio Spiderman con questa “colpa” affascina e getta una inquietante ombra sulla vita avventurosa del nostro, ma, aihmè, è stata “presa in prestito” da un altro capolavoro del fumetto, Watchmen, con il suo blu, radioattivo e dalla cinciallegra importante Dottor. Manhattan.
I grandi cattivi dell’Uomo Ragno tornano anziani e tra un catetere e un pannolone cercano ancora di fare la pellaccia a Spidy. Su tutti il Dottor Octopus che, ormai scheletro in putrefazione senza vita, continua a dare tentacolo da torcere grazie ai suoi “figli”, i quattro braccioni metallici. Ma il ruolo del cattivone è di Venom, e non potrebbe essere altrimenti. Dopotutto, il simbionte, è la controparte negativa di Spiderman, non ne condivide solo i poteri, ma scopriamo, anche la solitudine e l’abbandono. Ora i due “ragni” sono simili ma è la vocazione a separarli: il primo vuole “infettare” con il simbionte gli abitanti di NY, l’altro accetta la propria solitudine da eroe ed è pronto a scarificare se stesso per la vita degli altri.



Punto di forza è senz’altro il racconto “a più voci”, ognuna delle quali si interroga sulla propria vita e sulle proprie colpe, ma tutte, alla fine, votate alla rinascita, ad una “resurrezione” delle coscienze da troppo sottomesse ad una senescenza morale (tiè tiè, forse ho esagerato). Ad essere “vecchi”, non sono solo i personaggi, nel corpo e nella mente, ma anche l’intera città, l’intero futuro, che rifugge ogni cambiamento.
Lo so che questa può sembrare una recensione ambigua, ma non vuole esserlo. Andrews imbastisce un racconto comunque molto affascinante e regala un velo di cupezza alla figura di Spiderman, comunque, sempre pieno di battute e simbolo della libertà fisica e mentale solo di chi può volteggiare tra i palazzoni di New York, non più “grande mela” solare, ma cupola oscurata dalla pioggia e da una sorta di notte eterna. Si, pesca qua e la nel mondo del capolavoro del fumetto, ma riesce ad essere coerente nel racconto e a ricordare a noi lettori che da un grande potere deriva una grande responsabilità, a costo della propria vita e della propria felicità.



PS. Non so se è proprio così, ma leggendo questo fumetto si è accesa la mia lampadina da videogiocatore: il gioco Spiderman: il regno (visto?!?!) delle ombre, ti mette nel costumino attillato di Spiderman per riempire di coppini ragnesci Venom e la sua moltitudine praticamente infinita di simbionti, in una Manhattan deserta e in quarantena, situazione simile (la città in una gabbia “protettiva” manco per niente) presente nel fumetto di Andrews.
Un caso? Noi di “Viaggio per Nerdopolis” pensiamo di no!





 

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